Non saremo ricordati, di certo, come baluardo della democrazia. Di fronte alla strage in corso, stiamo solo temporeggiando, un comportamento che odora di collaborazionismo. Dopo la Seconda guerra mondiale l’Europa iniziò a costruire un’identità basata su democrazia, universalità, progresso e benessere – valori difficili da trovare altrove. Un continente liberale, con fondamenta democratiche e universalistiche, che osserva il mondo con saggezza. Questa identità si affermò già negli anni ’70 e trovò il suo declino verso la fine degli anni 2000. Gli ultimi anni sono diventati insostenibili per il progetto europeo, depauperato dei valori voluti dai padri fondatori.
La guerra a Gaza ha provocato una devastazione umanitaria senza precedenti: migliaia di civili uccisi, infrastrutture sanitarie distrutte e un’enorme carenza di beni di prima necessità. Il diritto internazionale, sancito dalle Convenzioni di Ginevra, impone a tutti gli attori, di proteggere i civili in conflitto. Tuttavia, la risposta dell’Unione europea è stata caratterizzata da dichiarazioni di condanna “senza parole” e da una serie di risoluzioni parlamentari che, pur esprimendo solidarietà con la popolazione palestinese, non hanno tradotto la retorica in azioni concrete. Questo atteggiamento di “tempo‑passato” è percepito come un tradimento dell’identità democratica che l’Europa ha cercato di costruire dopo la Seconda guerra mondiale.
Le ragioni di questo immobilismo sono molteplici. Le istituzioni dell’UE richiedono il consenso di tutti gli Stati membri per adottare sanzioni o misure di pressione. Le divergenze tra le posizioni di Francia, Germania, Polonia e Ungheria hanno paralizzato qualsiasi iniziativa comune. Inoltre molti governi temono che una condanna più netta di Israele possa compromettere la cooperazione in materia di difesa, intelligence e sicurezza energetica con gli Stati Uniti, guidati da un presidente instabile. Nondimeno è l’interesse che ha l’Europa nell’industria bellica con le imprese coinvolte in contratti con lo Stato di Israele che esercitano una notevole influenza, favorendo una politica di “bilanciamento” piuttosto che di “difesa dei diritti umani”. Inoltre l’opinione pubblica europea è spesso sopraffatta da continui flussi di notizie di conflitti lontani, il che rende difficile creare un consenso interno capace di spingere i governi verso decisioni coraggiose.
Nonostante l’impotenza collettiva, alcune nazioni hanno avviato azioni autonome che mostrano una volontà di non restare completamente immobili: La Svezia ha approvato un pacchetto di aiuti umanitari da 30 milioni di euro destinati a ONG operative a Gaza, includendo forniture mediche e cibo. L’Irlanda ha introdotto una legge che vieta l’importazione di prodotti agricoli provenienti da insediamenti israeliani, una misura simbolica ma significativa per la pressione commerciale. La Spagna ha avviato un’inchiesta parlamentare per valutare la possibilità di riconoscere lo Stato di Palestina, creando un dibattito interno che potrebbe tradursi in una posizione più ferma a livello europeo. I Paesi Bassi hanno finanziato un programma di ricostruzione delle scuole distrutte a Gaza, destinando 15 milioni di euro a progetti gestiti da UNICEF. La Polonia e Ungheria, pur mantenendo una linea più filo‑statunitense, hanno comunque autorizzato donazioni private di equipaggiamento medico a organizzazioni umanitarie operanti nella Striscia.
Queste iniziative, seppur frammentarie, dimostrano che la solidarietà europea non è del tutto assente; è semplicemente dispersa in azioni nazionali piuttosto che canalizzata in una risposta unitaria.
Per riallineare le proprie azioni ai principi democratici proclamati, l’Europa dovrebbe intervenire congiuntamente, richiedendo un corridoio umanitario gestito dalla stessa Europa verso la striscia, garanzie sulla fine dei massacri di civili e il riconoscimento dello Stato di Israele. Nessuna azienda, privata o pubblica che sia, deve Inoltre finanziare o supportare in alcun modo questa guerra, che sta generando carestie, fame e terrore.
Per concludere, l’’Europa, nata dall’esperienza della Seconda guerra mondiale con la promessa di difendere la democrazia e i diritti umani, rischia di essere ricordata per la sua esitazione di fronte alla tragedia di Gaza. L’immobilismo collettivo è alimentato da divisioni politiche, dipendenze strategiche e pressioni economiche, ma le iniziative autonome di paesi come Svezia, Irlanda, Spagna e Paesi Bassi mostrano che la volontà di agire è presente, sebbene sparpagliata. Solo unendo queste energie disperse in una strategia europea condivisa, con strumenti decisionali più rapidi e sanzioni mirate, l’Unione potrà tornare a incarnare il baluardo democratico che tanto ha faticosamente costruito. Altrimenti, il ricordo storico sarà quello di un continente che, pur avendo le risorse e la retorica, ha scelto di “temporeggiare” mentre la sofferenza a Gaza continuava a crescere.



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