Su Gaza l’occidente ha torto…

Da mesi – anzi, da decenni – il popolo palestinese subisce una delle più sistematiche e prolungate operazioni di oppressione della storia moderna. Ma quello che sta accadendo a Gaza dal 7 ottobre 2023 in poi ha superato ogni precedente in termini di brutalità, cinismo e silenzio complice. Non è esagerato, oggi, parlare di genocidio. A dirlo non sono solo attivisti e manifestanti, ma anche giuristi, studiosi di diritto internazionale, esperti del settore. Eppure, il mondo continua ad assistere, immobile. O peggio: a giustificare.

La violenza documentata (ma ignorata)

Le cifre parlano chiaro. Secondo i dati più aggiornati provenienti da fonti come l’ONU e il Ministero della Salute di Gaza, oltre 38.000 palestinesi sono stati uccisi, più di due terzi dei quali donne e bambini. Le infrastrutture civili sono state rase al suolo: ospedali, scuole, impianti idrici, rifugi dell’UNRWA. Milioni di persone sono state sfollate più volte all’interno di una prigione a cielo aperto grande quanto una provincia italiana.

Queste non sono “danni collaterali”. Sono il risultato di una strategia militare che colpisce deliberatamente zone civili densamente popolate, in un contesto in cui non esistono vie di fuga. È un assedio totale, con blocco di acqua, cibo, carburante e medicinali. È punizione collettiva, vietata dal diritto internazionale.

Gaza come laboratorio di impunità

Il caso di Gaza è emblematico perché mostra come, in assenza di conseguenze concrete, uno Stato possa continuare a violare sistematicamente il diritto internazionale. Israele agisce con una libertà che nessun altro Stato nel mondo possiede, sostenuto dalla narrazione secondo cui ogni sua azione rientra nella “legittima difesa”. Ma quale legittima difesa può giustificare lo sterminio di intere famiglie, l’uso di armi vietate, la distruzione di ospedali pediatrici?

Gaza è diventata un laboratorio di impunità. Un luogo dove si sperimentano tecnologie militari, strategie di guerra urbana e manipolazione dell’opinione pubblica. Il tutto con la benedizione implicita (e spesso esplicita) dell’Occidente.

Il silenzio assordante delle democrazie occidentali

La disparità di trattamento tra il conflitto israelo-palestinese e altri scenari globali è evidente. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Occidente ha reagito con prontezza: sanzioni economiche durissime, tagli alle relazioni diplomatiche, invio di armi, condanne unanimi e continue mobilitazioni a livello europeo. Nulla di tutto questo è accaduto – o accade – nel caso di Gaza.

Non solo: i leader occidentali continuano a ribadire il diritto di Israele a “difendersi”, evitando accuratamente di condannare i crimini di guerra di cui Tel Aviv è responsabile. Anche quando la Corte Internazionale di Giustizia ha riconosciuto che esiste un rischio “plausibile di genocidio”, la reazione dei governi occidentali è stata di minimizzazione, se non di aperta contestazione. Con loro anche alcuni giornalisti insospettabili si sono schierati / o non schierati. Vedasi il commento di Di Battista contro il giornalismo di Mentana

Il ruolo dei media: complicità o paura?

I principali organi d’informazione occidentali adottano un linguaggio profondamente sbilanciato. Quando si parla delle vittime israeliane, si usano parole come “barbarie”, “massacro”, “terrore”. Quando si tratta delle vittime palestinesi, si ricorre a formule impersonali: “sono morti”, “ci sono stati scontri”, “è crollato un edificio”. Le responsabilità vengono diluite, i numeri relativizzati, i testimoni ignorati.

In molti casi, la solidarietà con la Palestina viene criminalizzata: attivisti schedati, manifestazioni vietate, professori sospesi, artisti censurati. Il messaggio è chiaro: difendere i diritti dei palestinesi è rischioso, è scomodo, è inaccettabile.

Il doppio standard delle sanzioni

La retorica della “comunità internazionale” si sgretola davanti all’evidenza. Le stesse istituzioni che sanzionano Paesi come la Russia o l’Iran per violazioni dei diritti umani, non solo non impongono sanzioni a Israele, ma sembrano fare l’esatto opposto.

L’Unione Europea, per esempio, ha firmato importanti accordi economici e tecnologici con Israele, nonostante le continue denunce di violazioni del diritto internazionale. Sebbene nell’articolo linkato la Commissione UE conferma che non finanzi in alcun modo la guerra in Gaza, le garanzie di queste affermazioni non sono dimostrabili, essendo segrete. Gli Stati Uniti inviano a Tel Aviv miliardi di dollari ogni anno, senza alcuna condizione reale. Questo è il doppio standard occidentale, fondato non sui principi, ma sugli interessi.

E ora?

Di fronte a tutto questo, restare in silenzio è una forma di complicità. Non esistono più giustificazioni. Non si può più dire “non lo sapevamo”, “non è così semplice”, “è un conflitto complicato”.

Non è complicato riconoscere un’ingiustizia. Non è difficile schierarsi con chi non ha voce, con chi muore senza avere né Stato né alleati. È difficile, semmai, farlo in un contesto dove ogni forma di dissenso viene repressa. Ma è proprio per questo che è necessario.

Conclusione: la scelta che ci resta

Un giorno, ci verrà chiesto dove eravamo mentre Gaza veniva distrutta. Cosa abbiamo detto, cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo condiviso. E allora non potremo più dire “non lo sapevamo”.

L’indifferenza non è neutralità. È una scelta. È uno schierarsi, tacitamente, dalla parte dell’oppressore.

Se crediamo nella dignità umana, nel diritto dei popoli all’autodeterminazione, nella giustizia – allora dobbiamo parlare. Dobbiamo agire. E soprattutto, dobbiamo riconoscere ciò che sta accadendo a Gaza per quello che è: un crimine contro l’umanità.


[kofi]

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