Palermo, Teatro Massimo, affacciato allo spiazzale c’è un Cinema: il Rouge et Noir. È uno di quei vecchi Cinema (ristrutturati e ben tenuti). Quando entri puoi scegliere due sale. C’è una scalinata centrale che porta alle tribune. Ci sono piante (spatifillio, ficus, cycas e chissà cos’altro) che ravvivano le scalinate e la hall principale.
C’è gente, sembrerebbe tutti siciliani. Sono l’unico “straniero” in sala. In attesa che ci diano l’accesso, osservo il pubblico. Gente di ogni età: Con i dreadlock e lo zainetto in canva, il sessantenne in polo con il baffo ingiallito di nicotina e la sua immancabile sigaretta. C’è un gruppo di signore ben vestite e truccate che ridono e scherzano in modo molto composto ed elegante. Tutti con un accento decisamente siculo. Io mi trovo li su proposta di mio cognato (citato poi nei titoli di coda del film)

Passiamo però al motivo di questo articolo: Lasciare un commento su questa opera..
Premetto che ne so più di piante e botanica che di cinema italiano. Questo vi sia sempre chiaro mentre leggete questo breve articolo. Dunque l’analisi sarà personale (come d’altronde è questo blog).
“Un film fatto per bene” è un grottesco racconto di una storia, a tratti vera, a tratti verosimile. È un viaggio allucinante che sembra parlare della biografia del regista, per l’appunto Maresco.
Simile ad un docufilm, la storia racconta le peripezie del regista nel girare un film su Carmelo Bene, attore e drammaturgo salentino. Una avventura che porterà all’allontanamento del regista e all’intervento del suo collega e amico Umberto Cantone che indagherà sulla sua sparizione.
I personaggi sono paradossali in alcuni momenti anacronistici. Ci sono situazioni in cui ci si sente a disagio nel sorridere o ridere ad alcune scene, scatenando una sensazione di imbarazzo per l’attore, la produzione e il pubblico stesso. Per poi ritrovare la libertà seguita dal regista, di poter superare limiti che l’attuale società non vuole più superare.
Non nego che alcune volte il regista sembra giocare con bullismo, discriminazione e blasfemia. Ma solo se si analizza la superficie non scarificata del film. Scavando (anche dentro di sé) la situazione cambia.
Non voglio spoilerare nulla, ma dei 100 minuti di pellicola, non ho mai avuto un minuto di noia. Ma di contro molteplici momenti in cui ho riso per poi interrogarmi se fosse stato corretto farlo. Ad una risata, seguiva subito un dubbio emblematico di natura morale ed etica.
Il Commento del Regista sul sito della Biennale di Venezia (dove è stato presentato) è il seguente:
Da tempo mi sono accorto che ogni mio film non è stato altro che una trappola in cui mi andavo a infilare con impietoso autolesionismo. Stavolta, però, per la prima volta, ho paura che non ne uscirò bene, diciamo tutto d’un pezzo. Avrei dovuto dare ascolto ai consigli della signorina Filomena, la vecchia maestra che mi faceva il doposcuola alle elementari, la quale mi ripeteva sempre la storiella della gatta e del lardo, ma ormai è tardi per pentirsi. Tra l’altro, nel frattempo, il lardo è pure finito.
Ditemi voi se questo non è “un film fatto per bene”!


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